Robin Hood, la Magna Charta e la verità su He-Man

Qualche mese fa ho trovato, nel mio solito angolino delle occasioni, un libro su Robin Hood: ‘Le avventure di Robin Hood‘ di J. Walker McSpadden. Un trafiletto in copertina precisava che è da questo libro che Ridley Scott ha tratto l’ispirazione per il film con Russel Crowe.
Ho acquistato il libro e lo ho letto poco dopo.

Dalla lettura ho capito alcune cose interessanti:
1) Effettivamente il bollino dice il vero: film di Ridley Scott riprende molto dal libro, più che altro per la creazione dei personaggi. Ho visto il film in tv proprio mentre stavo leggendo il romanzo e, senza che venissero annunciati, sono riuscita a riconoscere immediatamente Will Scarlett e altri personaggi.

2) Non solo Ridley Scott si è ispirato a questo libro, ma anche Walt Disney! C’è una descrizione di Robin Hood che si traveste da mendicante per partecipare al torneo di tiro con l’arco a Nottingham identica a quella del film Disney. Lo stesso vale per Robin Hood innamorato che pensa, sognante, alla bella Lay Marion. Uguale!

3) Ma poi, scoperta delle scoperte: il Cantagallo è (a parte il Autogrill vicino a Bologna) Alan-a-Dale! Nella storia tradizionale, Alan-a-Dale è il menestrello che canta le gesta dei fuorilegge di Sherwood e quindi, pensando all’inizio del film Disney, i conti tornano. Fra l’altro ogni capitolo del romanzo si apre con una breve ballata, versi in rima che sintetizzano quel passaggio della vicenda. Sono andata a cercare il nome originale del personaggio Disney e ho avuto la conferma: Cantagallo si chiama Alan-a-Dale.
Che storia! Mi si è aperto un mondo.

4) Il libro ha un bellissimo lieto fine… o almeno sembra averlo, fino al penultimo capitolo. L’ultimo capitolo è un disastro. Niente spoiler, solo un avvertimento: vi piacciono le storie a lieto fine, fermatevi al penultimo capitolo. Se volete soffrire ingoiando bocconi amari e crollando nella disperazione più totale, leggete anche l’ultimo capitolo.


In ogni caso, proprio in questi giorni su Rai Storia hanno parlato della leggenda di Robin Hood e dei suoi fondamenti di verità. Nell’Inghilterra del XIII secolo, Chiesa, Re e nobiltà si contendevano il potere e ci furono scontri sanguinosi. I baroni, dopo una serie di lotte, riuscirono a ottenere, nel 1215, la prima versione della Magna Carta Libertatum, il documento alla base del diritto costituzionale inglese: per la prima volta veniva riconosciuto che nessuno è al di sopra della legge, nemmeno il sovrano, e che ognuno ha diritto ad un processo equo.
Una delle copie ancora esistenti della Magna Charta è in Italia proprio ora, esposta a Vercelli fino al 9 giugno presso l’Arca di San Marco, in una mostra intitolata “La Magna Charta – Guala Bicchieri e il suo lascito”. Vercelli è una città qui vicino, perciò penso mi organizzerò per andare a vedere questo pezzo di storia.

Le avventure di Robin Hood‘ si apre con una lunga prefazione, abbastanza interessante, che introduce gli elementi storici alla base della leggenda. Ho presto dimenticato nomi e date storiche, ma mi è rimasto molto impresso un passaggio su un tema culturale.
Si fa infatti riferimento al modo di pensare dell’epoca e a una certa invalicabilità dei confini sociali. In breve: se nascevi principe, nessuno avrebbe mai potuto immaginarti mendicante; se nascevi servo della gleba, nessuno avrebbe mai potuto immaginarti come un principe. Né tu avresti mai pensato di poter cambiare la tua condizione, sia chiaro.
E’ per questo che spesso, nei racconti di quel periodo, è sufficiente un banale travestimento per camuffarsi: se l’individuo è vestito da uomo, deve essere per forza un uomo, nessuno potrebbe mai immaginare si tratti di una donna. Se compare qualcuno vestito da principe, deve essere sicuramente un principe, chi mai si sognerebbe di vestirsi così pur essendo un poveraccio?
Lo spostamento fra una classe sociale all’altra è qualcosa di molto moderno.

Ora mi spiego tante cose di He-Man! 😀
La smetterò di chiedermi come facessero a non riconoscere il Principe Adam!

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