#Humanless

‘Siamo entrati in un mondo algoritmico. Ogni volta che dobbiamo fare qualcosa, l’abbiamo vista prima attraverso un software. 
A cosa stiamo dando origine? 
A una scatola nera piena di algoritmi che hanno memorizzato tutto il nostro passato. 
Non è possibile immaginare impatti più importanti sull’umanità di quello dell’Intelligenza Artificiale, ben superiore a quello dell’elettricità.
Nulla sarà più come prima. 
Ma dov’è il bugiardino degli algoritmi?’

#Humanless, l’algoritmo egoista, di Massimo Chiriatti, è il secondo volume della collana Tracce di Hoepli che leggo, dopo il bellissimo #Luminol.
È un interessante -e a tratti inquietante- saggio di attualità dedicato all’IA. 
Affronta il tema da diversi punti di vista, compresa una narrazione in prima persona dell’intelligenza artificiale; in alcuni casi sono costruttivi e fiduciosi, in altri un po’ più oscuri e che ricordano la fantascienza distopica. Eppure, entrambi gli approcci aiutano a formare una visione sull’argomento che ci pone di fronte al senso di responsabilità verso le nostre scelte, non tanto di creazione di software ‘intelligenti’ o capaci di apprendere, quando di costruzione della società contemporanea e prossima ventura, con i suoi nuovi valori e le sue nuove priorità. 

Di fondo, i temi della libertà e del progresso si inseguono portando continuamente interrogativi nuovi.
Apprezzo di questo libro la capacità di condurre il lettore a delineare uno scenario che sembra reale e condivisibile per poi, un attimo dopo, ribaltare la prospettiva e far sorgere ogni tipo di dubbio. 
Questa dialettica che stuzzica e non fa riposare la mente è affascinante e obbliga a osservare fuori dal pregiudizio e dal preconcetto, per quanto possibile, ciò che ci circonda.

Il libro contiene molte riflessioni sul mondo del lavoro, in relazione alla tecnologie e alla velocità con cui tutto muta e si trasforma. Di conseguenza, si pone moltissima attenzione sulla capacità di cambiare, di evolvere ed evolversi, di acquisire competenze su ogni tema, primario e collaterale.
Di fatto leggo un invito a non aspettare il lavoro ma a crearlo. La tecnologia ha un peso importante in questa trasformazione, perché abilita nuove possibilità e obbliga a rivedere regole e paradigmi.

La IA è un fine dell’Uomo? Oppure deve avere un fine? O uno strumento? O, ancora, l’IA è la fine dell’Uomo?
Quale sia la domanda giusta dipende dalle nostre azioni che discenderanno dai nostri desideri e capacità. Perché le macchine imparano, ma non possono comprendere strategie come quelle win-win (dove ogni parte coinvolta gode di vantaggi rispetto alla situazione precedente). Noi impariamo e collaboriamo. E’ questo egoismo che porterà gli algoritmi a perdere sempre di fronte a ciò che ci contraddistingue: ragione, emozione, conoscenza

[…] La concezione del lavoro è cambiata: il semplice posto da occupare è diventato la carriera e poi la missione. Si è passati dalla necessità allo status e infine al significato.
Il mondo del lavoro è per chi ha le skill giuste, nel luogo giusto. O per quelli che possono cambiare alla bisogna. Ma, ancora, non basta reagire, bisogna prevederlo, il nuovo lavoro. E per imparare a predire occorre formazione o informazione?
Di certo non bisogna attendere la comunicazione del datore di lavoro. La formazione aiuta a cercare le informazioni utili, e a scartare le fake news. Ciò che tempo porta una polarizzazione tra chi sa e chi non sa, all’interno dei Paesi e tra i Paesi. Questa biforcazione accelera, la questione è come far convergere questi due vettori. La domanda ‘un lavoratore di fast food più diventare un ingegnere?‘ è l’ordine dell’errore. I lavoratori dei fast food non diventano ingegneri, Quello che succede è che un professore universitario diventa un professionista. Poi un insegnante del liceo ottiene il lavoro di professore universitario. Quindi arriva un sostituto, che viene assunto a tempo pieno per occuparsi della docenza alle superiori rimasta vacante. Fino in fondo. Non dobbiamo perciò chiederci se coloro che svolgono mansioni poco specializzate possono fare lavoro altamente qualificato.
La domanda è ‘tutti possono fare un lavoro solo un po’ più difficile del lavoro che hanno oggi?. Se la risposta è sì, allora ogni volta che la tecnologia crea un nuovo lavoro dal vertice’, tutti ricevono una promozione.

[…] Per passare alle misure concrete, e ognuno di noi deve iniziare un percorso fatto di acquisizione di competenze, su qualsiasi tema, magari più di uno. […] Le persone sono licenziate non solo per le competenze obsolete, ma prima di tutto perché non hanno attitudine a cambiare. […] Chi ha una lunga specializzazione (e un po’ di introversione) ritiene che il prodotto del suo lavoro abbi una logica comprensibile a tutti, un linguaggio che spiega da solo la qualità dell’opera. E’ un errore capitale.
Serve aggiungere uno strato di comunicazione bidirezionale scritta e orale, online e offline, su ogni tipo di lavoro. E’ imprescindibile saper condividere quello che si fa, diffondere le informazioni che si conosco. Una buona comunicazione separa le persone preparate (ma disoccupate) dai professionisti di successo. Competenza e comunicazione sono delle condizioni necessarie, poi servono le relazioni. Che si realizzano – automaticamente- se sono stati fatti correttamente i due passi precedenti.
In questo senso il capitalismo non cambia con gli algoritmi: continua a riconoscere chi sa fare cose rare e che hanno un valore sul mercato; anche senza appartenere a un’impresa.
E allora il futuro del lavoro?
E’ dato dal numero di posti che creeremo, sottratti quelli che toglieranno gli algoritmi.
I pedagogisti iniziano a proporre quella che può sembrare una moda, con il classico stile americano, il mastro delle ‘four C’: critical thinking, communication, collaboration, creativity.
La cooperazione è spiegabile come ‘uno scambio in cui i partecipanti traggono vantaggio dall’interazione’. Ma l’algoritmo non lo sa.
La creatività è un processo interattivo e sociale dei più dotati. Grazie al lavoro con le macchine possiamo essere più creativi.
Quindi: il futuro del lavoro algoritmi è inevitabile, il nostro, quello da creare, dipende da noi.

Molto su cui riflettere..

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