Piccole storie del Dodecaneso: Kalymnos

Kalymnos si trova poco a sud di Leros ed è un ernorme blocco roccioso a forma di drago (di profilo). È un’isola selvaggiamente bella, tutta dirupi, rocce, spine e capre.

Ha pochissimi alberi, ci divertiamo a contarli e ci riempie di entusiasmo scovarne uno nuovo. Eppure, nonostante questo, è una tavolozza di colori e muta il suo aspetto con la luce, proprio come le scaglie scintillanti di un drago.

È una delle tante isole che, per contrastare l’occupazione italiana dei primi del Novecento, dipinse tutti i suoi edifici nei colori della Grecia, tanto che, arrivando nella piccola baia di Palionisos, la prima cosa che colpisce è un container dipinto di bianco e azzurro come la bandiera.

Kalymnos è l’isola delle spugne naturali; nelle acque attorno all’isola ne vengono pescate molte, che poi diventano, ormai, principalmente souvenir per turisti. Hanno il loro fascino, a ogni modo.

Lungo i pendii delle colline sbucano capre di ogni colore, e le si sente belare e campanellare prima ancora di vederle. Sono loro che cullano la sera e svegliano la mattina, perché a parte il canto dei galli e il gracchiare dei corvi, si sente solo la loro voce assieme a quella del mare.

Presa convidenza con le capre, quello che mi dà più da pensare, è una portafinestra in legno, bianca, da sola, in piedi fra i sassi, senza casa attorno.

Con il dingy vado vicino alla riva a sbirciare, ma non ho modo di scendere e l’interrogativo rimane: dove conduce?
È la porta dell’Ade?
La strada per l’Olimpo?
È la porta dell’armadio di Narnia?
È una di quelle di Monsters&Co?
Se la attraversi finisci in Tibet?
Nel quartier generale di Doctor Strange?
Oppure nel regno delle fate?
O il palazzo c’è ma non tutti lo possono vedere?

Se mi concentro e stringo gli occhi, forse, in effetti, intravedo dei mattoncini.

L’assenza di alberi a Kalymnos è compensata da abbondanza di cespugli e spine. La ruvidità pungente è l’unica arma che la flora ha potuto affilare per resistere all’impietoso e vorace incedere delle capre. Il mare cristallino si insinua nella baia simile a un fiordo, e rinfresca il corpo e la vista. È netto il contrasto fra il turchese scintillante dell’acqua e la costa polverosa e rossiccia fatta di terra e di piante arse dal sole.

Il terzo colore di questa tavolossa estiva è proprio il verde scuro dei cespugli appuntiti, che diventa quasi nero sulle foglie di un ulivo solitario in cima al colle. Lo stoico, antico e paziente ulivo è la meta della nostra arrampicata fra i sassi, i bulbi avanzo delle piante e lo sterco secco delle capre. Da lì il mare sembra lontano, eppure è ovunque. È a destra e a sinistra e noi siamo al centro di un promontorio, forse la testa del drago che dà forma all’isola e che gira le spalle alla Turchia.

I toni qui sono intensi e violenti, bellissimi. Non ci sono vie di mezzo.Tutto è colore, a partire dal bianco accecante. E lo è anche il piccolo peschereccio rosso e verde laccato che troviamo al ritorno. Qui un pescatore dinoccolato e canuto, dalla capigliatura e il viso selvaggi, slama decine di pesciolini d’argento appesi al suo catino azzurro posato su un tappeto damascato, all’ombra di una tenda verde.

Scambiamo qualche parola in inglese, piccoli appunti sul posto e su cosa facciamo lì. Ci rivediamo stasera, gli chiedo? Sono qui fin tardi, risponde alzando lo sguardo. Mi fissa un istante e abbozzaun sorriso, i suoi occhi sono gli occhi di Poseidone. Riprende a slamare i pescetti.

La sera la sua barca è svanita.

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