Timothy Walton e l’ospedale dei vampiri

Ciascuno di noi ha almeno una storia da raccontare e rimanere in ascolto è la prima cosa da fare per intercettare racconti e punti di vista. Così, ultimamente, fuor di metafora, mi sto molto interessando ai nuovi autori e alle nuove forme narrative. Chissà, magari un giorno rientrerò anche io nel gruppo con le mie storie di Amarach o di Zefirella. Chissà…

Così, di recente, curiosando fra le storie Instagram dei miei contatti, mi sono trovata di fronte a una possibilità e la ho colta: leggere ‘Timothy Walton e l’ospedale dei vampiri’, di Manuela Bassetti, edito da Errekappa Edizioni, una piccola casa editrice che basa il suo operato sulla principio che “ognuno di noi nasconde uno straordinario potenziale creativo dentro di sé, che se risvegliato può migliorare il modo in cui viviamo e la connessione con gli altri.”

Manuela Bassetti è medico psicoterapeuta, nonché scrittrice appassionata. Ha unito la sua esperienza professionale e il suo grande amore per le letture un po’ gotiche della sua infanzia per dar vita a un piccolo mondo fantastico in cui un gruppo di vampiretti affronta le proprie paure lanciandosi in piccole avventure. La sua conoscenza dell’esperienza umana diventa risorsa per accompagnare i bambini, attraverso le storie, a essere loro stessi in modo completo e libero.


Ho ricevuto il libro proprio il mattino di Halloween e, con la sua storia divertente e mostruosa, mi ha tenuto compagnia proprio ‘nel clima giusto’. 🙂 Fra l’altro la mia copia di ‘Timothy Walton e l’ospedale dei vampiri’, con la sua allegra copertina soft touch (termine che è una deformazione professionale. Per semplificare: avete presente quella sensazione un po’ setola, tipo ‘buccia di pesca’?) è arrivato in un sacchetto arancione (colore della casa editrice), contenente anche l’house organ di Errekappa Edizioni e chiuso da un nastrino nero. Una carineria che ho apprezzato, devo dire.

Di cosa parla il libro?

Il protagonista è Timothy Walton, un vampiro bambino che soffre di anemia vampiresca. È per questo che i suoi genitori hanno deciso di mandarlo in cura presso il Vampire Great Hospital di Londra, l’ospedale per vampiri più illustre e prestigioso d’Inghilterra. Lì, un lontano da casa per la prima volta e un po’ smarrito, Timothy incontra un gruppetto di piccoli ospiti amabilmente succhiasangue: chi ha un polso fratturato, chi mangia troppo e ha bisogno di un regime alimentare nuovo perché rischia di non potersi più alzare in volo, chi è molto basso di statura e spera in qualche spintarella alla crescita…

I giovani vampiri fanno presto comunella uniti dalla curiosità verso il misterioso che riguarda la stanza 20. Perché la porta della stanza 20 è sempre chiusa e tutti tengono segreta l’identità del suo ospite? Chi sarà? Un mostro terribile? La fantasia galoppa e i timori di ciascuno danno origine alle ipotesi più bizzarre, finché non sopraggiunge il coraggio.

In quell’ambiente nuovo e che all’inizio gli sembra inospitale, con il supporto dei nuovi amici, Timothy dovrà far fronte alle sue paure: la paura tremenda del buio e dei fantasmi, per prima cosa, ma anche la paura di… essere preda della paura e di passare per il solito fifone che, fuori di lì, tutti credono lui sia. E, in ultimo, dovrà affrontare la cosa più terrificante di tutte: la sua prima cotta.

L’avventura di Timothy è piacevole e divertente, con tanti elementi tipici delle storie della buonanotte, compresa la voce narrante. Mostra una serie di personaggi tanto diversi fra loro che, proprio in virtù di questa diversità, creano una squadra ricca e vincente. È sicuramente un buon esempio di come la comprensione e il sostegno reciproco possano aiutare ad affrontare le situazioni della vita, anche quelle che temiamo e di fronte alle quali ci sentiamo soli. Ricordo me stessa a 8 anni e nella storia vedo qualcosa dei miei nipoti più piccoli, che sono attorno a quell’età. Sicuramente questo romanzo può essere una compagnia lieta per i bambini, che dalle storie assorbono tanti insegnamenti grazie agli esempi. E quegli esempi, assicuro, spesso risultano ben più ‘autorevoli’ di quelli di chiunque altro 🙂

C’è però, a mio avviso, una nota stonata nell’insieme che fa un po’ traballare questo pensiero e che, ahimè, mi ha un po’ guastato il piacere della lettura: la quasi assenza di personaggi femminili. L’unica ad avere un ruolo, a parte qualche comparsa più che trascurabile di infermiere e mamme, è la piccola Sophia. È un buon personaggio, forte e determinato, dotato di ironia, carisma e senso pratico. Però è l’unica a comparire. I piccoli altri pazienti sono maschi, i dottori dell’ospedale sono maschi, gli scienziati che aiutano sono maschi.
Non credo che sia qualcosa di ‘voluto’, forse è solo il frutto di una vecchia abitudine a vedere il mondo.

I miei pensieri però partono e si ampliano, giungendo a una riflessione più ampia, che abbraccia un po’ tutto. La sottorappresentazione del genere femminile è spesso presente nelle storie e nelle ‘narrazioni in genere’, senza poi reali motivi. Forse riflette solo un’idea del mondo, appunto, ma avrei voglia cambiasse e lo sta facendo, nonostante qualche strascico evidente.

Ai fini di questa storia specifica, non esistono ragioni per cui alcuni personaggi non potessero essere vempirelle invece che vampirelli. Avere qualche personaggio femminile in più (3 vs 4?) avrebbe reso l’avventura ugualmente piacevole ma più inclusiva e capace di far più facilmente identificare anche le piccole lettrici in situazioni che sicuramente si trovano a vivere (c’ho le prove!). E avrebbe magari evitato il comparire di qualche piccolo stereotipo ingenuo ma che in me ha creato attrito.
Non vorrei mai sembrasse uno sminuire la storia o il lavoro che c’è dietro. Ho apprezzato la storia, penso faccia il suo dovere 🙂 ma alcuni particolari mi hanno fatto riflettere su un disegno più ampio, su una visione del mondo. Questo ragionare e frullare mi accompagna da giorni, facendo anche emergere (fortunatamente) pensieri costruttivi sul ‘ruolo’ che posso avere io nella questione e che, come me, possono aver tante altre persone che percepiscono simili aspetti.

In linea generale, indipendentemente da questo racconto, che di per sé è piacevole e ha passaggi anche divertenti e molto calzanti per i bambini, credo sia importante iniziare a ‘cambiare la grammatica’, a iniziare dalle storie che formano il nostro modo di considerare la società. Troppo spesso i personaggi femminili sono trascurati, oppure -in alcuni generi narrativi e in alcune situazioni- sono gli unici protagonisti. Senza particolari motivi, è solo ‘una cosa normale’.

A volte, oltre a essere sottorappresentati, sono trattati con estremo riguardo e descritti come particolarmente dotati, straordinari. Non sembrerebbe grave questo eccessivo riguardo ma sono dell’idea che questo rischi di indurre a dei pensieri nocivi: da una parte che non ci possa essere integrazione reale fra ‘mondo femminile’ e ‘mondo maschile’ (ammesso che esista questa distinzione, mi piacerebbe di no o che comunque non fosse rilevante); dall’altra che le donne, per emergere, debbano necessariamente essere il meglio del meglio, a differenza della controparte maschile. Un po’ più di normalità e di equilibrio fra le parti e le attitudini, così come ci insegnano Timothy e i suoi amichetti, renderebbe il mondo più ricco e giusto e più corale.
Dicevo all’inizio: ciascuno di noi ha una storia da raccontare. Mi piacerebbe che tutti avessero reali opportunità di raccontarla.

È un argomento vasto e complesso, meriterebbe più spazio ma non voglio annoiarvi, non la prima volta almeno ;-). Ci sarà modo di parlarne ancora ma intanto mi farebbe piacere sapere: cosa pensate di questo tema?


P.S. A proposito dell’autodeterminazione, della capacità di valorizzare i propri talenti e traguardi, dell’opportunità di raccontarsi e della ricchezza che nasce dalle realtà inclusive, segnalo che dal 12 al 19 novembre sarà la “I am Remarkable Week”.
Ne parlerò meglio nei prossimi giorni, ma per intanto lascio il link al sito ufficiale dell’iniziativa (è in inglese).

3 pensieri su “Timothy Walton e l’ospedale dei vampiri

  1. Gianluca Rivoletti ha detto:

    È vero che spesso nella narrativa i personaggi femminili sono sottorappresentati, e se pensiamo che tra chi legge libri le donne sono nettamente preponderanti………….rende questo fatto ancora più assurdo. Sarà anche per questo che la saga dell’ Amica geniale ha avuto un così grande successo.

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    • Sarah ha detto:

      Può darsi, non lo ha ho letta ma ne vedo in giro il successo.
      A questo proposito è molto interessante ‘Il priorato dell’albero delle Arance’ (lo sto leggendo ora, poi ne parlerò), così come la saga di ‘L’accademia del bene e del male’, il Ciclo dell’Eredità (Eragon e successivi) o Harry Potter stesso.
      Insomma, c’è sicuramente un cambio di rotta, ma certi solchi e abitudini sono duri da colmare e credo vi si ricada spesso, pur senza ‘premeditazione’ 🙂

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