Sulla libertà di espressione e di reazione

Fuori dallo spogliatoio della piscina, qualche sera fa, mi sono messa a curiosare nello scaffale dello scambialibri in attesa arrivasse la mamma. Mi è caduto l’occhio su uno strano libercolo bianco, con la copertina coperta di frasi cancellate da un pennarello. Ho iniziato a leggerlo lì, ma poi lo ho finito in brevissimo tempo a casa, rapita.

Il titolo è provocatorio: ‘Niente è sacro, tutto si può dire – Riflessioni sulla libertà di espressione’.
L’autore, Raoul Vaneigem che, ho scoperto essere un anarchico di spicco del Maggio Francese. Che cosa bizzarra che mi capiti in mano questo libro, mi dico! Chissà perché l’Universo me lo propone, mi chiedo. Trarrò le conclusioni qualche giorno più avanti (e, se pazientate, ve lo racconto fra qualche riga).

In poco più di 80 pagine, il libro affronta in modo duro e spietato il tema della libertà di espressione, sostenendo che non ve ne è un uso buono o cattivo, ma solo un uso insufficiente. Che ogni espressione, anche la più odiosa e meschina, è lecita e può essere impiegata, ma ciò non significa che venga condivisa né che le persone debbano limitarsi ad ascoltarla in modo passivo, senza reagire. Prestate attenzione a quest’ultima frase: ‘non significa che venga condivisa né che le persone debbano limitarsi ad ascoltarla in modo passivo, senza reagire‘.
Le riflessioni si incentrano sulla vecchia massima di Voltaire: ‘Non sono d’accordo con ciò che dite, ma mi batterò perché possiate dirlo liberamente’.
Le considerazioni sono a volte piuttosto estreme e vanno, a mio avviso, soppesate nei temi e nei toni e vanno sicuramente lette con discernimento: là dove il principio universale risulta corretto, le modalità operative e le possibilità di applicazione reale stridono.
Eppure è proprio in questo contrasto che stanno il fascino provocatorio e l’attualità di questo libro. La soluzione agli abusi e ai soprusi sembra essere, semplicemente, lo sradicamento dello ‘spirito di predazione’ insisto nell’uomo e nelle società, a favore della umanizzazione e della fratellanza.
A ragionarci parrebbe la strada più lineare e breve, ma mi sembra decisamente in salita. Rifletto su tutto questo e intanto la vita scorre.


Passano alcuni giorni.
Sabato mattina vado all’ufficio postale per effettuare un versamento. E’ un ufficio postale di quartiere, piccolo (tre sportelli) e in quel momento piuttosto affollato.

Davanti c’è un uomo che, dall’aspetto, si direbbe provenire da India o Pakistan. Non è riuscito a effettuare un’operazione all’ATM ed è entrato a chiedere informazioni allo sportello. Il suo italiano è stentato e fa fatica a spiegarsi. 
Segue uno scambio di frasi con il direttore che gli dà indicazioni in modo laconico. Il cliente lo segue per quello che può, ma non sembra afferrare bene il discorso. 
Il direttore si spazientisce, è evidentemente infastidito da quella situazione; il tono della voce è sempre più alto e decisamente aggressivo, i modi molto bruschi. ‘Ti rendi conto che non si capisce niente di quello che dici?’
Molto innervosito, dice all’uomo di uscire e tornare all’ATM. L’uomo lo fa. Il direttore dopo poco lo segue commentando ad alta voce ‘Dobbiamo adottarli? Dobbiamo anche fare le cose al posto loro?’
Io resto allibita e provo pena per quella scena. 
Nessuno dice niente.

Alcuni minuti dopo, il direttore rientra da solo.
Qualcuno chiede, ridacchiando ‘avete risolto?’
Il direttore commenta ‘Non parlano una parola di italiano e dobbiamo anche dargli dei soldi!’
Nessuno dice niente.

Viene il mio turno, si libera proprio lo sportello a cui si trova il direttore.
Do indicazioni per il mio versamento, ma poco dopo vengo dirottata verso un altro sportello. Prima di cambiare sportello guardo il direttore e gli dico, addolorata, ‘Mi lasci dire che il modo in cui ha trattato quell’uomo è indegno’. 
Mi sposto all’altro sportello e nel frattempo il direttore ribatte piccato: ‘Faccia pure un reclamo!’. 
L’impiegata dello sportello a cui mi trovo scuote la testa e fa un commento che giustifica il direttore. 
Intanto qualche cliente vocifera, rivolto verso di me: ‘cos’è adesso siamo tutti buonisti?’
Nessuno dice niente.
Nessuno dice niente.
Nessuno dice niente.

Mi chiedo: difendere una persona maltrattata ingiustamente è buonismo o buon senso?
Mi sconvolge essere stata l’unica a reagire; mi sconvolge il silenzio complice di tutti gli altri. Mi sconvolge la rabbia sparsa così gratuitamente; mi sconvolge l’atteggiamento xenofobo, ancor più se penso al ruolo di chi lo ha attuato.

Ripenso ai passaggi del libro e capisco perché è arrivato proprio a me, proprio pochi giorni fa, come se seguisse un disegno superiore, una preparazione ad affrontare il mondo: ogni espressione è lecita, ma non significa che venga condivisa né che le persone debbano limitarsi ad ascoltarla in modo passivo, senza reagire. […] La soluzione agli abusi e ai soprusi sembra essere, semplicemente, lo sradicamento dello ‘spirito di predazione’ insisto nell’uomo e nelle società, a favore della umanizzazione e della fratellanza.

Si inizia da qui, dallo spezzare la catena predatoria nella realtà quotidiana.
Giovedì scorso, facendo un tragitto in auto, ho ascoltato la radio e ho sentito una canzone che non conoscevo ma che trovo completi il ‘disegno dall’alto’ di cui parlavo.

Mi piacerebbe sapere cosa pensate di tutta la faccenda.

3 pensieri su “Sulla libertà di espressione e di reazione

  1. paol1 ha detto:

    Ho pensato alla situazione e a come mi sarei comportato. Ti ammiro per come hai reagito . Onestamente non so se avrei fatto lo stesso .. spesso è più comodo farsi i fatti propri , anche disapprovando, magari concedendosi 1000 attenuanti . Però, se fossi stato in coda e avessi sentito come ti ha liquidato il direttore , sarei intervenuto (e di questo ne sono certissimo). Quando qualcuno ha il coraggio di “aprire la porta” non ci sono più scuse. A proposito di certi luoghi comuni ti consiglio di vedere questo video . È divertente, ma fa riflettere .. https://youtu.be/fC_t9RjneGk

    Piace a 1 persona

    • Sarah ha detto:

      Penso tu abbia ragione, la comodità tante volte vince, assieme al ‘quieto vivere’. Il tema del ‘quieto vivere’ mi è quanto mai antipatico, dietro la scusa del quieto vivere ci riempiamo la vita di infelicità 🙂

      Ti dirò, nei primi istanti ho avuto un po’ di esitazione: faccio? Non faccio? Cosa faccio? Ho dovuto attendere qualche minuto prima di arrivare di fronte al direttore e quel tempo di attesa mi è servito a calmare i nervi, placare le emozioni e chiedermi non cosa fare ma COME fare. Ho scelto appositamente la parola ‘indegno’.

      Sono uscita molto provata da quell’ufficio, ma con il cuore leggero, se così si può dire. Sai quando dici ‘è stato faticoso, ma andava fatto e lo rifarei 100 volte?’

      Bellissimo il video, non lo avevo mai visto anche se mi era capitato qualche volta sotto il naso. Molto divertente e… spietatamente reale. 😀

      Piace a 1 persona

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